Maria Grazia Calandrone
Senza cornice
Palazzo Merulana, Roma, dicembre 2025/febbraio 2026
Vita e poesia dei palazzi di Roma.
Giorgio Ortona è il poeta del movimento figurativo e verbale, nel senso che i suoi quadri e i titoli dei suoi quadri possono cambiare nel tempo. Niente è cristallizzato, niente è fermo. Tutto è inquietudine e fermento, nervosismo dell’ossessione e dell’irrequietezza. Vitalità, in una parola. E i titoli che Ortona impone ai quadri importano, perché completano l’opera visiva, spesso senza spiegarla, aggiungendo anzi a quello che si vede (e non si vede) mistero, ironia, malinconia, bellezza.
Scrivo si vede e non si vede perché le zone grige delle opere mi sembra siano evocazione di tre elementi: il primo è la parte invisibile del reale, che l’arte ha il dovere umano (ma etico, scientifico e politico) di svelare, la seconda richiama la zona grigia tra i sommersi e i salvati della quale scriveva Primo Levi, cioè la nostra impossibilità di assumere una posizione definita e definitiva davanti alle evidenze della storia, la terza è lasciare a chi guarda la libertà di disegnare con la mente qualcosa da aggiungere e sistemare nello spazio bianco.
Dunque i quadri di Ortona sono poesia, non prosa, non occupano tutto lo spazio disponibile, lasciano spazio all’occhio di chi guarda. Soprattutto, lo specchiano, lo riguardano, cioè lo osservano, lo inquietano, mentre lo rassicurano. L’esecuzione e la visione sono dinamiche, jazzistiche. Nella pittura, e nella sua intitolazione, posano e riposano idee di crescita e perfezionamento. Così la vita che sta prima e dopo il quadro mette piede nel quadro, perché le opere sono aperte com’è aperta la vita quando vive, i titoli dei quadri sono aperti, tutto è in divenire, l’incompiutezza segnala il divenire continuo dell’opera e del suo significato, che, come ho già scritto, cambia radicalmente a seconda del nome. Un esempio: un dipinto di bambole antiche viste a Porta Portese, oggetti antropomorfi da cultori, che potrebbero produrre il quadro di un’altra epoca, evocazioni polverose, case delle nonne che sanno sempre un po’ di naftalina e caramelle all’anice. Invece, ecco il titolo: serial killer, che crea una dissonanza, riporta l’opera al presente, fa pensare alla cinematografia e all’investigazione più contemporanea (l’espressione serial killer viene coniata negli anni Settanta da un agente speciale dell’F.B.I.), accende le figure, le fa esplodere per illuminarle. E, ancora una volta, inquietarci, scherzare con noi che guardiamo. Coglierci di sorpresa, farci ridere un po’.
Per ciò, Ortona afferma di essere un pittore orizzontale, non da muro, come i suoi quadri fossero da usare, da camminarci dentro addirittura. Viene alla mente la chiusa di una bellissima poesia di Francis Ponge sul pane. Dopo una descrizione cosmogonica e appassionante delle componenti di una fetta di pane (crosta e mollica come durezze e spugnosità terramarine), il poeta francese conclude: «Ma rompiamola: nella nostra bocca infatti il pane deve essere piuttosto oggetto di consumo che di riverenza». Così noi possiamo stare eretti davanti all’opera di Ortona e, intanto, entrarle dentro con lo sguardo, se non davvero con i nostri piedi, perché ogni suo quadro si dedica a indagare la massima vicinanza, con il tratto ossessivo caratteristico dei grandi artisti d’ogni forma d’arte, che sono tutti inclini a osservare l’oggetto con una lente macro. Stesso procedimento, in poesia, di Emily Dickinson, mai uscita dalla sua residenza, nella quale era però capace di leggere tutti i tratti e le componenti d’inferno e paradiso – nell’amore compulso, nelle api, nei fiori, nei fili amati dell’erba. In tutto quello che, cioè, dalla pura materia rimanda all’esame interiore della materia, di molecole e vuoto.
Ortona espone dunque all’esterno il vuoto interno della composta materia, espone il disgregato che è, nella sua essenza, la realtà apparentemente solida, qui espansa sulla tela, o sulla tavola. C’è il mondo, che appare nella sua larga parte di vuoto. Quindi l’incompiutezza dei lavori di Ortona è prossima allo slancio immateriale (ma preso sempre sopra la materia, dal trampolino saldo della materia) di Dickinson. Quanto alla cura del particolare, siamo accanto al lavoro del milanese Gianfranco Ferroni, che ha speso anch’egli la propria esistenza, come Dickinson, a esaminare la propria stanza, poverissima questa, regalandoci quadri straordinari, completi di ogni dettaglio, e dai titoli altrettanto suggestivi come Analisi di un pavimento.
Ma gli stralci di realtà selezionati da Ortona offrono anche immagini simili ai ritagli del vero che ci regala il genio fotografico di Vivian Maier, le mezze figure ipercontemporanee di Maier, che indaga la sua Chicago e molta parte del mondo da lei viaggiato attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica, lasciando un’opera- capolavoro sommersa (come sommersa in vita era rimasta quella di Emily), il documento di un’epoca trascritta senza giudizio, dalla luce impressa sulle pellicole, nei suoi più intimi dettagli. Di luce, di realtà.
Perché il dettaglio è la cifra di questa incompiutezza sempre in moto. Tutto può essere ancora arricchito, esiste sempre un oggetto, o il particolare di un oggetto, che possiamo immaginare di aggiungere nello spazio grigio, nello spazio bianco, sulla nuda tela. Quelle di Ortona sono opere in ascolto, in attesa, metamorfosi in atto, che chiedono al nostro sguardo l’impegno di comprendere il non detto.
E ci sono figure umane quasi sempre inespressive, volti e corpi ritratti come oggetti, elementi del reale in stato di veglia che però non comunicano altro che la propria esistenza di materia, viva né più né meno come un palazzo. Un palazzo di Roma, un quartiere di Roma. Questa l’indagine di Giorgio Ortona: la città dove abita e dalla quale è abitata la sua fantasia, la sovraestesa bellezza di Roma, la sua magniloquenza anche povera, anche apparentemente disabitata, se nelle vedute urbane dei palazzi non c’è nessuno affacciato alle finestre, niente appeso, nessun lenzuolo, gabbia di canarini, bandiera, come usa la vita. Ma le facciate non sono mai tristi, sono luoghi a colori dove alberga l’umano invisibile o, appunto, se visto, oggettificato.
I quadri di Ortona sono perciò, nello stesso tempo, opera di un architetto che utilizza la squadra e la linea retta per renderci confortevole l’abitare e opera di un’irridente creatura anfibia, che si muove nei luoghi remoti dello sguardo e della realtà per celare e svelare i nostri stessi reperti. Sono dunque opere che ci contaminano, rispecchiano il nostro ordine e disordine, la nostra possibilità di essere insieme vuoti e pieni, di certo non finiti. Per metà immobili e per metà infiniti. Come siamo.